Per anni l’odio online non ci ha riguardato. Abbiamo considerato le sezioni commenti dei grandi giornali e dei creator famosi come a spazi di libertà democratica. Oggi, quella visione ideale si è scontrata con una realtà decisamente più oscura: arene digitali dove l’insulto, la diffamazione e il cyberbullismo proliferano senza controllo. Se un tempo la colpa veniva attribuita esclusivamente ai proprietari delle piattaforme, lo scenario attuale ci impone un cambio di rotta radicale.
Non è più accettabile che chi genera profitto, visibilità e posizionamento grazie alle interazioni del pubblico possa poi disinteressarsi completamente degli effetti negativi prodotti in quegli stessi spazi. Chi apre una piazza virtuale per trarne un vantaggio economico o di reputazione deve assumersi la responsabilità della sua moderazione. Dobbiamo muoverci verso un modello di “Responsabilità Condivisa”, superando i limiti delle leggi attuali per fermare l’impatto sociale dell’odio online.
Il Digital Services Act (DSA) e i limiti delle regole europee
Il Digital Services Act (DSA), la grande normativa europea sui servizi digitali, ha cambiato le regole del gioco su internet. Ha stabilito obblighi severi per i colossi del web, imponendo alle grandi piattaforme come Meta, YouTube, TikTok o X di monitorare e mitigare i rischi del loro ecosistema.
Tuttavia, la legge europea presenta un punto debole strutturale: si ferma ai proprietari della piattaforma e non guarda a chi gestisce i singoli canali al loro interno. Oggi, una grande testata giornalistica o un influencer con milioni di follower vengono trattati dalla legge alla stregua di un utente comune.
Questo approccio ignora il funzionamento dei social media e non aiuta contro l’odio online. Da un lato poiché i grandi media e i creator guadagnano grazie al traffico e alle interazioni. Spesso, più un post è polarizzante e genera commenti rabbiosi, più l’algoritmo lo premia, aumentandone la visibilità. Dall’altro perché chi gestisce la pagina ha già a disposizione gli strumenti per nascondere, cancellare o bloccare i commenti offensivi, oltre alla possibilità di inserire filtri automatici per le parole chiave.
Ignorare queste capacità significa deresponsabilizzare i soggetti che, a tutti gli effetti, agiscono come editori di un micro-ecosistema informativo.
La necessità di una riforma italiana: la moderazione attiva
In Italia, la legge ha sempre punito la diffamazione a mezzo stampa, ritenendo responsabili i direttori dei giornali per quello che veniva pubblicato sulle loro pagine. Con il passaggio al digitale, la giurisprudenza ha cercato di adattarsi, ma la responsabilità per i commenti lasciati dagli utenti sotto i post social rimane ancora un’area grigia e priva di una legge organica.
Per cambiare le cose, la legislazione italiana dovrebbe introdurre il principio della “colpa per non aver vigilato” anche per gli spazi digitali. Nel nostro Codice Civile esiste già il concetto di responsabilità per le cose che si hanno in custodia: chi ha il controllo di una struttura risponde dei danni che questa causa a terzi.
Una pagina social con centinaia di migliaia di iscritti è, a tutti gli effetti, uno spazio in custodia. Se un creator o una testata nota un focolaio d’odio sotto un proprio post e decide di non intervenire per non abbassare i numeri delle interazioni, sta venendo meno a un dovere etico e professionale. Una riforma nazionale dovrebbe quindi prevedere:
- Tempi certi per la rimozione: L’obbligo di cancellare o nascondere i commenti palesemente illeciti o d’odio entro poche ore dalla loro pubblicazione o dalla prima segnalazione.
- Sanzioni proporzionali: Multe calcolate in base al volume di follower e ai ricavi pubblicitari per chi dimostra una totale e sistematica assenza di moderazione.
- Regole di comportamento obbligatorie: L’obbligo per i profili commerciali e pubblici di adottare e far rispettare una chiara politica di comportamento.
Cosa succede nel mondo: il precedente dell’Australia
L’idea di punire i gestori delle pagine non è un’ipotesi teorica, ma una realtà già applicata in altre parti del mondo. Il caso più famoso a livello internazionale arriva dall’Australia.
Nel 2021, la Corte Suprema australiana ha emesso una sentenza storica nel caso Fairfax Media Publications contro Voller. I giudici hanno stabilito che le società editoriali che gestiscono pagine Facebook pubbliche sono da considerarsi “editori” non solo dei propri articoli, ma anche dei commenti scritti dagli utenti sotto quegli articoli. Di conseguenza, i giornali sono stati ritenuti legalmente responsabili per i commenti diffamatori che non avevano rimosso tempestivamente.
I media si erano difesi sostenendo che l’infrastruttura apparteneva a Facebook e che loro non erano gli autori di quelle parole. La Corte ha rigettato la difesa, ricordando che i giornali avevano aperto quelle pagine per un proprio beneficio economico e che avevano la piena facoltà tecnologica di moderare o nascondere i testi offensivi. Questo precedente sta spingendo molti altri paesi a ripensare il concetto di immunità per chi gestisce canali online.
Il drammatico impatto dell’odio online: i dati recenti
Intervenire per legge non è solo una questione di regole, ma un’emergenza sociale. I dati raccolti tra il 2025 e il 2026 dalle principali organizzazioni per la tutela dei minori e dagli istituti di statistica europei mostrano un legame strettissimo tra i commenti d’odio non moderati e l’aumento di gravi problemi psicologici, specialmente tra i giovani dai 12 ai 25 anni.
Nelle rilevazioni più recenti del 2026, quasi il 68% dei giovani in Italia dichiara di essere esposto regolarmente a insulti e violenze verbali nelle sezioni commenti dei social. Questo clima tossico ha conseguenze reali sulla salute mentale: il 31% delle vittime di cyberbullismo sviluppa sintomi gravi di ansia e depressione, e si registra un aumento preoccupante dei casi di isolamento sociale.
Le shitstorm che si scatenano sotto i post di cronaca o i canali dei creator famosi lasciano ferite profonde. Nei casi più drammatici, la pressione psicologica derivante da centinaia di insulti lasciati senza alcun filtro ha portato a casi di autolesionismo e a tragici tentativi di suicidio tra gli adolescenti. I medici e gli psicologi oggi considerano la tossicità digitale non governata come un vero e proprio problema di salute pubblica.
La soluzione: applicare la “Responsabilità Condivisa”
La strada da seguire è quella della Responsabilità Condivisa. Non significa liberare le Big Tech dai loro doveri, ma unire le forze. Le piattaforme devono continuare a sviluppare filtri automatici, sistemi di intelligenza artificiale per intercettare lo spam e strumenti di segnalazione rapidi. Parallelamente, però, i media e i creator devono fare la loro parte sul campo.
Per fare un esempio concreto, ecco come dovrebbe funzionare la gestione di una pagina pubblica:
- Le grandi testate non possono pubblicare una notizia delicata e dimenticarsene. Devono prevedere figure professionali (i community manager) dedicate a controllare dove va la discussione.
- Quando si trattano argomenti delicati che coinvolgono minori, vittime di violenza o temi fortemente polarizzanti, chi gestisce la pagina deve avere il coraggio di usare gli strumenti tecnici a disposizione: o si attiva l’approvazione preventiva dei commenti o si disattivano del tutto i commenti per quel post.
- Gli utenti devono sapere subito quali comportamenti non sono tollerati e la community stessa deve essere educata al rispetto reciproco.
Un web più sostenibile ed empatico
Lasciare che internet si autoregolasse senza regole rigide ha mostrato i suoi limiti. L’idea che la moderazione sia solo un costo inutile ha trasformato spazi di comunicazione importanti in luoghi di sofferenza.
La responsabilità della moderazione non deve essere vista come una forma di censura, ma come un atto di protezione fondamentale per i diritti delle persone. Se i media e i creator vogliono continuare a trarre profitto dall’attenzione del pubblico, devono accettare il dovere di proteggere quel pubblico. Solo stabilendo regole chiare che impongano una responsabilità condivisa potremo fare in modo che la rete torni ad essere un luogo di confronto civile e sicuro per tutti, piuttosto che essere un hub per l’odio online.



