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La violenza nelle manifestazioni

violenza nelle manifestazioni a milanoRicostruzione di una manifestazione violenta. Immagine creata con l'IA (chatGPT).

Qualche giorno fa sono diventate virali le immagini di un deputato europeo francese, Anthony Smith, che ha ripreso una persona mentre lanciava un oggetto durante una manifestazione a Reims. Smith si è accorto che quell’uomo non era un manifestante qualunque, ma un poliziotto.

Questo episodio richiama il fenomeno della provocazione poliziesca, ovvero la possibilità che agenti delle forze dell’ordine, anche in borghese o infiltrati nelle manifestazioni, possano contribuire a innescare tensioni e scontri. Il tema è stato studiato in diversi contesti storici e politici. Nel caso di Reims, tuttavia, le indagini hanno confermato l’identità dell’uomo.

Eppure, questo episodio ci pone una domanda importante: è possibile che, in determinate circostanze, le istituzioni e le forze dell’ordine contribuiscano a inasprire manifestazioni nate pacificamente? E poi, è possibile che facciano ciò anche su internet? Sono delle domande che meritano di essere poste e approfondite, soprattutto quando la presenza di agenti in borghese e le loro azioni non sono immediatamente riconoscibili.

Il rischio, in questi casi, è che le immagini degli scontri finiscano per oscurare completamente le ragioni della protesta. I giornali parlano delle violenze, delle vetrine distrutte, degli scontri con la polizia, e il dibattito pubblico si concentra su questo dimenticando gli ideali.

Quello che sta succedendo in Italia, a Milano e in altre città, ma anche in Francia, in Spagna e in tante altre nazioni del mondo, mi porta a osservare questi avvenimenti con molta cautela. I disordini verificatisi soprattutto a Milano li considero con le pinze: non escludo, senza però poterlo affermare in assenza di prove, che anche in questi contesti possano esserci state infiltrazioni o provocazioni capaci di contribuire all’escalation della violenza.

Questo è un aspetto importantissimo che, nei dibattiti televisivi che ho visto, non ho sentito affrontare con sufficiente attenzione. Io, invece, ne voglio parlare qui, sul mio magazine libero e indipendente, Isola Di Govinda.

I poliziotti, Pasolini e la difficoltà di provare empatia

C’è poi un altro aspetto. Quando vedo cose del genere, penso a Pier Paolo Pasolini, che in passato, riflettendo sugli scontri di piazza, aveva cercato di empatizzare con i poliziotti, ricordando che anche loro erano figli del popolo.

Ho cercato anch’io, nel corso della mia vita, di provare empatia per i poliziotti. Di manifestazioni e situazioni simili ne ho viste tante. Eppure, non ci riesco. Punto.

Non li vedo come dei puri, degli eroi, dei figli del popolo che stanno semplicemente cercando di vivere anche loro. Li vedo come dei prototipi, dei robot. Come se fossero ciò che potrebbero diventare gli esseri umani da migliaia di anni.

Sono lì, davanti a noi, mentre sembrano non rispettare la civiltà e lo Stato di diritto, quasi fossero schiavizzati. E quando vedo un poliziotto che prende a calci, insieme ad altri agenti, un minorenne, anche se lo “fa per mantenere l’ordine”, non riesco a empatizzare. Non ce la faccio.

E il caso del poliziotto ripreso a Reims è un esempio di quanto sia necessario interrogarsi su questi meccanismi.

La violenza e l’ordine costituito: da Fanon a Said

Quando succedono queste cose, penso anche agli insegnamenti del pensiero postcoloniale. In particolare, penso a Frantz Fanon e alle sue riflessioni sulla violenza e sulla liberazione dall’oppressione, riprese e analizzate anche da Edward Said.

Nel suo libro I dannati della terra (1961), Fanon affronta il rapporto tra violenza coloniale, resistenza e possibilità di liberazione. Said, in Culture and Imperialism (1993), si confronta con questa tradizione di pensiero e con le contraddizioni dei processi di emancipazione.

Parafrasando queste riflessioni, mi chiedo: quanto è possibile sovvertire un ordine politico e sociale senza mettere in discussione i meccanismi di potere che lo sostengono? E quanto spesso ciò che viene definito disordine è, in realtà, il sintomo di un ordine che non riesce più a rispondere alle esigenze delle persone?

Sto dicendo che, se ci limitiamo a condannare le immagini più violente senza interrogarci sulle condizioni che hanno portato migliaia di persone in piazza, rischiamo di non capire nulla di ciò che sta succedendo.

Se volete protestare, prendetevela con chi governa, non con chi lavora

Guardando le manifestazioni, soprattutto in Italia, ma anche in Francia, dove sono stati distrutti negozi e vetrine, credo che uno degli errori più grandi di questi manifestanti sia proprio quello di prendersela con le persone sbagliate.

Perché farlo a Milano? Perché distruggere i negozi? Se avete qualcosa da contestare al governo, andate a Roma, davanti ai palazzi del potere. Portate lì le vostre rivendicazioni, fatevi sentire, entrate lì.

Non prendetevela con i negozi, con chi magari sta già facendo fatica ad arrivare alla fine del mese. Prendetevela politicamente con chi ha il potere di cambiare le cose.

Riesco a empatizzare molto di più con i negozianti. Con loro riesco a identificarmi più facilmente piuttosto che con un poliziotto.

La distruzione di un negozio non abbatte il potere politico. Rischia soltanto di danneggiare altre persone comuni, che non hanno alcuna responsabilità diretta nelle decisioni contestate.

Il racconto dei media e la questione dell’immigrazione

Un’altra cosa che mi ha dato molto fastidio è il modo in cui gran parte dei media nazionali italiani, compresi alcuni grandi gruppi privati vicini ai partiti attualmente al governo di estrema destra, sta raccontando questi avvenimenti.

Oltre a parlare quasi esclusivamente delle violenze, si insiste sempre di più sull’idea che siano state commesse da immigrati o da giovani di prima e seconda generazione. Si finisce così per concentrare l’attenzione sull’origine delle persone coinvolte, mentre tutto il resto scompare dal dibattito.

Ma ci si dimentica di una cosa fondamentale: c’è una parte della popolazione che non ne può più.

Questo non significa giustificare saccheggi, aggressioni o distruzioni. Significa riconoscere che la rabbia sociale esiste e che non può essere eliminata semplicemente con nuovi decreti, arresti e misure repressive. Il problema così non può essere risolto.

Le proteste che non fanno notizia

A questo proposito, penso anche all’ultima puntata di Otto e mezzo su La7 del 19 ottobre 2026, nella quale si è parlato dei disordini e delle proteste in corso. Cathy La Torre, ha sottolineato un aspetto importante: anche se si approvassero migliaia di decreti e si arrestassero le persone responsabili delle violenze, il malcontento non sparirebbe.

Il suo ragionamento, parafrasandolo, era che esistono tante altre forme di protesta, comprese quelle di agricoltori e autotrasportatori che da mesi manifestano contro le proprie condizioni economiche e lavorative, anche bloccando le strade. Proteste che possono essere molto più pacifiche, ma che spesso ricevono un’attenzione limitata.

Di conseguenza mi chiedo: perché alcune forme di protesta diventano immediatamente un’emergenza nazionale, mentre altre vengono ignorate? Perché, quando le strade vengono bloccate da agricoltori e camionisti, il dibattito non assume sempre la stessa intensità? E perché, quando esplodono gli scontri, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle immagini della violenza, anziché interrogarsi anche sulle ragioni che hanno portato le persone in piazza?

Se vogliamo davvero capire cosa sta succedendo, dobbiamo guardare oltre le immagini. Dobbiamo distinguere tra chi manifesta pacificamente e chi commette reati, tra chi esercita il proprio diritto di protesta e chi lo compromette, ma anche tra chi racconta i fatti e chi li utilizza per sostenere una narrazione politica.

Altrimenti continueremo a discutere delle vetrine distrutte, dei poliziotti feriti e dei giovani arrestati, senza affrontare le domande più scomode che attanagliano la nostra società.

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