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Pedro Sánchez e i poteri oscuri

pedro sanchez e i poteri nascostiI poteri oscuri che influenzano il popolo. Immagine creata con l'IA (Gemini).

La disinformazione, gli interessi economici e la polarizzazione politica stanno mettendo a dura prova le democrazie europee.

Quello che sta succedendo in Spagna in questi giorni mi fa molto male. Pedro Sánchez è uno dei pochissimi leader del mondo occidentale che ha avuto il coraggio di opporsi apertamente a Donald Trump e alle destre internazionali, prendendo posizioni che altri leader europei hanno preferito evitare.

E quello che gli sta succedendo mi preoccupa.

Il 12 ottobre 2026, durante le celebrazioni della Festa nazionale spagnola, diverse centinaia di persone hanno contestato con fischi, grida e insulti il presidente del governo a Madrid, nei pressi di Plaza de Neptuno. Tra questi, ripetuto più volte, «Pedro Sánchez, hijo de puta». Sánchez è rimasto per alcuni minuti nella sua automobile ufficiale prima di raggiungere le altre autorità presenti alla parata militare. Non si tratta nemmeno di un episodio isolato: contestazioni simili si erano già verificate durante precedenti celebrazioni pubbliche. La notizia è stata riportata oggi dalla stampa spagnola.

Naturalmente, in una democrazia tutti hanno il diritto di contestare un presidente, criticarne le decisioni e manifestare il proprio dissenso. Ma c’è una differenza tra la critica politica e una campagna permanente di delegittimazione personale. Quando gli insulti diventano una componente abituale della vita pubblica dovremmo domandarci quale tipo di società stiamo costruendo.

Mi colpisce soprattutto la sproporzione tra la violenza di certe espressioni e il fatto che si stia parlando di un presidente democraticamente eletto. Il linguaggio pubblico sembra diventare sempre più aggressivo, come se fosse necessario distruggere moralmente l’avversario prima ancora di discutere le sue idee.

E questo, secondo me, è un problema che riguarda molto più della Spagna.

Una pressione politica che arriva da più direzioni

Pedro Sánchez si trova da tempo al centro di un conflitto politico molto duro. Il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo e Vox, guidato da Santiago Abascal, contestano duramente il suo governo.

La situazione si è ulteriormente complicata nell’ottobre 2026, dopo il fallimento parlamentare di alcuni provvedimenti sull’emergenza abitativa. L’opposizione ha interpretato questa decisione come un’occasione per mettere fine al governo socialista, mentre Sánchez ha denunciato l’ostruzionismo dei suoi avversari. Le Monde ha ricostruito la crisi politica spagnola il 6 ottobre.

A questo si aggiungono le vicende giudiziarie che coinvolgono persone vicine al presidente.

Sua moglie, Begoña Gómez, è al centro di un procedimento relativo a presunte irregolarità e ipotesi di traffico d’influenze e malversazione di fondi pubblici. L’indagine, avviata nell’aprile 2024 in seguito a una denuncia dell’organizzazione Manos Limpias, ha alimentato per anni lo scontro politico. Il 7 ottobre 2026 la Procura ha chiesto l’assoluzione di Gómez e della sua collaboratrice Cristina Álvarez, sostenendo che i fatti contestati non costituiscano reati. Il procedimento, tuttavia, non è concluso.

Altre condanne ai parenti di Sánchez

Anche il fratello del presidente, David Sánchez, è stato coinvolto in una vicenda giudiziaria relativa alla sua nomina presso un ente pubblico. Il 14 luglio 2026 è stato condannato in secondo grado per prevaricazione amministrativa. Ha ricevuto una pena di nove anni di interdizione dai pubblici uffici, mentre è stato assolto dall’accusa di traffico d’influenze.

Sono fatti seri. Ma è altrettanto importante distinguere la responsabilità individuale dalla responsabilità politica e, soprattutto, non trasformare un’indagine o una contestazione giudiziaria in una prova automatica della colpevolezza di un’intera famiglia.

La domanda che mi pongo è un’altra: in quale clima politico vengono raccontate queste vicende? Quanto spazio rimane per una discussione basata sui fatti, e quanto invece viene occupato dalla propaganda, dall’insulto e dalla delegittimazione?

Non sostengo che ogni procedimento giudiziario contro una persona vicina a Sánchez sia una persecuzione politica. Sarebbe un’affermazione che richiederebbe prove specifiche. Mi chiedo, però, quanto queste vicende vengano utilizzate per costruire una narrazione complessiva nella quale il presidente non è più un avversario politico, ma un nemico da abbattere con ogni mezzo.

L’immigrazione come emergenza e come arma politica

Un altro elemento centrale dello scontro spagnolo è l’immigrazione.

Alla fine di luglio 2026, Ceuta, l’enclave spagnola in Nord Africa, è stata investita da una crisi migratoria eccezionale. Secondo le ricostruzioni pubblicate dall’Associated Press il 12 ottobre, circa 80.000 persone sono arrivate nella città a partire dalla fine di luglio, in un contesto aggravato anche dalla circolazione sui social di false informazioni secondo cui la Spagna avrebbe aperto le proprie frontiere. La crisi ha messo sotto pressione i servizi locali e ha alimentato tensioni sociali e politiche.

Non sarebbe la prima volta che la questione migratoria viene utilizzata come strumento di pressione geopolitica. Nel maggio 2021, circa 8.000 persone entrarono a Ceuta, in appena due giorni. La crisi scoppiò durante una grave tensione diplomatica tra Spagna e Marocco, dopo che Madrid aveva accolto per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Secondo Reuters, Rabat avrebbe allentato i controlli alla frontiera come forma di ritorsione, un’interpretazione sostenuta anche da esponenti del governo spagnolo.

Anche nel 2026, nuovi arrivi di massa a Ceuta e campagne di disinformazione online hanno sollevato interrogativi sul possibile ruolo delle autorità marocchine. Alcuni servizi giornalistici hanno ipotizzato una strategia di pressione sulla Spagna, ma non sono state rese pubbliche prove conclusive che il governo marocchino abbia organizzato deliberatamente la crisi. Resta comunque un precedente significativo: le frontiere e i flussi migratori possono diventare strumenti di conflitto tra Stati, con conseguenze sia per i governi sia per le persone coinvolte.

La guerra digitale è già cominciata

È da molti anni che noto un problema che considero sempre più grave: il tentativo di influenzare l’opinione pubblica attraverso i social network, sia diffondendo informazioni false, sia intimidendo o delegittimando chi esprime posizioni differenti.

Ricordo di aver osservato questi fenomeni già durante diverse campagne elettorali italiane. All’epoca mi colpiva il modo in cui determinate narrazioni politiche sembravano diffondersi rapidamente, accompagnate da attacchi personali, contenuti manipolati e campagne contro gli avversari.

Avevo notato queste dinamiche durante l’ascesa del Movimento 5 Stelle e, successivamente, della Lega e di altre forze della destra italiana. Mi colpiva anche il modo in cui alcuni di questi ambienti politici si avvicinavano, in forme e momenti differenti, a posizioni favorevoli alla Russia.

Naturalmente, non si può dedurre da queste osservazioni che tutti gli elettori di quei partiti siano stati manipolati, né che ogni loro scelta politica sia riconducibile a Mosca. Il punto è un altro: l’influenza straniera e la manipolazione digitale non sono semplici fantasie.

Nel gennaio 2024, in Germania, venne individuata una campagna di disinformazione filorussa su X che coinvolgeva decine di migliaia di account falsi e aveva prodotto oltre un milione di messaggi in lingua tedesca. Nel novembre dello stesso anno, il centro di ricerca CeMAS documentò la prosecuzione della campagna denominata Doppelgänger, finalizzata a diffondere narrazioni favorevoli al Cremlino e a influenzare il dibattito pubblico.

Esempi di ingerenze straniere in Europa

Sempre a gennaio ma nel 2025, un’indagine di CORRECTIV individuò inoltre una rete di circa cento siti web falsi creati per diffondere disinformazione in vista delle elezioni federali tedesche. Altre analisi hanno documentato contenuti manipolati, video generati con l’intelligenza artificiale e account coordinati che prendevano di mira esponenti politici e alimentavano narrazioni utili a indebolire i partiti democratici e a favorire l’AfD.

Questi casi mostrano che operazioni organizzate di disinformazione esistono davvero. Non dimostrano, invece, che ogni successo elettorale della destra sia stato determinato dall’interferenza russa: per sostenere una conclusione del genere servirebbero prove specifiche.

Il problema, comunque, non riguarda soltanto la Russia. Le piattaforme digitali possono essere utilizzate da governi, gruppi politici, organizzazioni private e singoli individui molto ricchi per amplificare determinate idee, indirizzare l’attenzione degli utenti e rendere alcune posizioni molto più visibili di altre.

E qui arriviamo a una questione fondamentale: chi controlla gli strumenti attraverso i quali milioni di persone si informano, discutono e formano le proprie opinioni?

I tecnocapitalisti e la concentrazione del potere

Negli ultimi anni, sempre più ricercatori e osservatori politici hanno cominciato a interrogarsi sul rapporto tra le grandi aziende tecnologiche, il capitale privato e il potere democratico.

Non è necessario immaginare una cabina di regia segreta che controlli ogni avvenimento internazionale per riconoscere un problema concreto: una parte enorme della comunicazione pubblica passa attraverso piattaforme private, i cui proprietari dispongono di risorse economiche e di capacità d’influenza straordinarie.

Il 21 gennaio 2025, il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha pubblicato un intervento intitolato L’Europa non può piegarsi agli oligarchi della tecnologia, dedicato proprio ai rischi per la democrazia derivanti dalla concentrazione del potere economico e digitale. Il dibattito si è intensificato anche dopo il sostegno pubblico di Elon Musk a forze politiche europee di destra e le tensioni tra le grandi piattaforme statunitensi e le istituzioni europee.

Più di un dibattito ideologico

Non si tratta soltanto di un dibattito ideologico. Istituzioni e centri di ricerca hanno affrontato il problema, tra cui il Parlamento europeo, che nel 2019 ha pubblicato uno studio sull’impatto della disinformazione e della propaganda politica online sullo Stato di diritto e sui diritti fondamentali nell’Unione europea.

Quando una persona possiede una piattaforma utilizzata da centinaia di milioni di utenti, non esercita soltanto un potere economico. Può anche influenzare le condizioni nelle quali si svolge il confronto pubblico: quali contenuti diventano virali, quali argomenti vengono messi in evidenza e quali voci rischiano di essere marginalizzate.

Questo non significa che ogni decisione di un imprenditore tecnologico sia un atto di manipolazione, né che ogni piattaforma sia controllata da un unico progetto politico. Significa, però, che la concentrazione di questi strumenti nelle mani di pochi soggetti pone un problema democratico che non possiamo ignorare.

È anche in questo senso che trovo utile parlare di tecnocapitalismo: un sistema nel quale il controllo delle infrastrutture digitali, dei dati e delle risorse economiche può trasformarsi in una forma di influenza politica.

Non soltanto Spagna: il problema riguarda tutta l’Europa

La Spagna non è un caso isolato.

In Germania, la diffusione di campagne di disinformazione e il peso crescente dell’AfD sui social network mostrano quanto sia diventato difficile separare la competizione politica legittima dalle strategie digitali che alterano il dibattito pubblico.

In Francia, il quadro è altrettanto preoccupante, anche se per ragioni che non possono essere ridotte a un’unica spiegazione. Il Paese attraversa una crisi politica e finanziaria, con tensioni legate al costo della vita, al debito pubblico, alle misure di austerità e alla difficoltà di costruire maggioranze parlamentari stabili. Nell’ottobre 2026, le proteste e le divisioni politiche continuano ad alimentare un clima di forte incertezza.

Non sarebbe corretto sostenere che queste difficoltà siano state create artificialmente per punire Emmanuel Macron o che la Francia sia in crisi perché il suo presidente avrebbe dimostrato indipendenza dagli Stati Uniti. I problemi economici e sociali francesi hanno radici strutturali e una storia che precede gli attuali conflitti internazionali.

Ma esiste un’altra questione: chi beneficia politicamente di una società sempre più esasperata, nella quale la fiducia nelle istituzioni diminuisce e le persone si sentono abbandonate?

È una domanda legittima. E vale la pena porsi anche quella successiva: in che modo gli attori politici, economici e digitali possono sfruttare queste fragilità per indirizzare il malcontento verso determinati obiettivi?

L’Italia sembra immune

In Italia, intanto, Giorgia Meloni ha costruito un rapporto politico privilegiato con Donald Trump, mentre Matteo Salvini ha spesso sostenuto posizioni favorevoli a un riavvicinamento con Mosca. La convergenza tra questi ambienti non è identica in ogni ambito e non significa che Roma e Mosca condividano sempre gli stessi interessi. Tuttavia, il rapporto tra le destre europee, il trumpismo e alcune posizioni filorusse merita di essere esaminato con attenzione.

Mi domando allora perché alcuni Paesi sembrino vivere determinate tensioni in forme differenti e perché alcune forze politiche appaiano più esposte a campagne di delegittimazione rispetto ad altre.

Non ho elementi sufficienti per sostenere che l’Italia sia risparmiata da eventuali pressioni internazionali perché il suo governo è vicino a Trump. Sarebbe una conclusione troppo netta. Ma credo che sia legittimo interrogarsi sulle relazioni tra gli equilibri internazionali e il modo in cui vengono costruite le narrazioni politiche nei diversi Paesi.

La mia preoccupazione è che queste dinamiche, sommandosi alle difficoltà economiche reali, contribuiscano a rendere le democrazie sempre più fragili.

La memoria storica: quando la paura diventa uno strumento politico

C’è poi una ragione storica per cui guardo con particolare preoccupazione alla trasformazione del dissenso in paura.

In Italia, durante gli anni Sessanta e Settanta, la violenza politica e gli attentati terroristici si inserirono in un contesto di forti tensioni. La cosiddetta strategia della tensione è stata oggetto di indagini giudiziarie che hanno ricostruito il ruolo di ambienti neofascisti, apparati dello Stato e settori dei servizi segreti.

L’obiettivo attribuito ad alcune di queste strategie era alimentare un clima di paura e instabilità, delegittimare determinate forze politiche.

È però importante distinguere le responsabilità storicamente documentate dalle interpretazioni più ampie. La rete clandestina Gladio, per esempio, era una struttura stay-behind nata nel contesto della Guerra fredda. Il suo ruolo non può essere automaticamente identificato con quello dei gruppi terroristici neofascisti. Il rapporto tra servizi segreti, ambienti della destra radicale e attentati è complesso.

Ciò che la storia ci insegna, tuttavia, è che la paura può diventare uno strumento politico. Quando i cittadini sono convinti che la società sia sull’orlo del caos, possono diventare più disponibili ad accettare misure autoritarie.

La lezione non è che oggi stia necessariamente accadendo la stessa cosa. La lezione è che dobbiamo riconoscere tempestivamente i meccanismi attraverso i quali la paura, la propaganda e la disumanizzazione possono compromettere il confronto democratico.

Dove stiamo andando?

Personalmente, sono molto preoccupato.

Mi preoccupa il potere dei social network, ma anche quello dei politici che utilizzano la propria posizione per influenzare il dibattito pubblico.

È problematica la classe dirigente internazionale nella quale alcuni dei soggetti più ricchi del mondo possono esercitare un’influenza enorme.

Non credo che esista una sola spiegazione per ciò che sta succedendo in Europa. Non credo nemmeno che ogni crisi sia provocata deliberatamente da qualcuno. Ma credo che sia necessario osservare le connessioni tra potere economico, comunicazione digitale, interessi geopolitici e conflitti sociali, senza fermarsi alle spiegazioni più semplici.

È proprio per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe.

Su Isola di Govinda voglio poter parlare di questioni che considero importanti, anche quando il discorso non coincide con quello dominante nei giornali che leggo, compresi quelli europei. Non perché ritenga di possedere verità incontestabili, ma perché penso che il compito di un magazine indipendente sia anche quello di sollevare domande scomode, mettere in relazione fenomeni apparentemente separati e invitare chi legge a ragionare autonomamente.

Non so dove andremo a finire. So però che stiamo attraversando un periodo difficile per la politica internazionale e che la democrazia non può essere considerata un risultato acquisito una volta per tutte.

La difesa della democrazia non consiste soltanto nel votare. Consiste anche nel proteggere la libertà di informazione, pretendere trasparenza da chi esercita il potere, distinguere i fatti dalle manipolazioni e impedire che la ricchezza o il controllo delle tecnologie si trasformino in un potere politico senza limiti.

Perché, se rinunciamo a porci queste domande, rischiamo di accorgerci troppo tardi di quanto il nostro spazio di libertà si sia ristretto.

E io, nel mio piccolo, non ho intenzione di smettere di porle.

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